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Fondazione Cecchini Pace:  Istituto Transculturale per la Salute - Milano

Fondazione Cecchini Pace
Istituto Transculturale per la Salute

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Dalla psiche africana ad una visione transculturale dell'uomo
di Rosalba Terranova Cecchini, Eleonora Riva


Rosalba Terranova Cecchini e' Medico Psichiatra, pioniere della Psichiatria Transculturale sia in progetti nei paesi in via di sviluppo sia nell'ambito degli Ospedali psichiatrici italiani; ha creato nel 1993 la Fondazione Cecchini Pace Istituto Transculturale per la Salute e nel 2001 il Corso di Specializzazione in Psicoterapia Transculturale.
Eleonora Riva e' Psicologa sociale, Psicoterapeuta Transculturale, Ricercatore presso l'Universita' degli studi di Milano e Direttore del Corso di Psicoterapia Transculturale della Fondazione Cecchini Pace.


L'apporto di Ibrahima Sow1
La Psichiatria e' una branca della Medicina che non puo' avere la chiarezza diagnostica raggiunta da altre specialita' mediche grazie all'affinarsi delle strumentazioni e della ricerca.
Il funzionamento psichico sfugge ad ogni metodo investigativo, anche se dal punto di vista neuro-scientifico la "materia cerebrale" viene indagata e conosciuta in tutti i suoi aspetti, sia costitutivi sia di connessione tra i neuroni: la rete neuronale.
Ne e' derivato cosi' il trattamento farmacologico dei disturbi mentali con le categorie dei sedativi, degli antiallucinogeni, degli antidepressivi con modulazioni terapeutiche ampie e raffinate.
Cio' ha provocato minore attenzione allo studio della mente come produttrice degli affetti, dei sentimenti, del pensiero e di tutti quegli aspetti della vita umana che permettono le relazioni tra le persone, lo sviluppo delle propensioni e degli attaccamenti diversi per ciascuno di noi, che fanno di noi - come dice Ibrahima Sow - «una persona - personalita'».
Sow vuole sottolineare infatti questi due aspetti: essere persona con tutte le caratteristiche biologiche dell'animale uomo, essere personalita' con caratteristiche uniche per ogni soggetto; con cio' Sow sottolinea la liberta' per ciascuno di noi di utilizzare in modo unico, personale appunto, le potenzialita' del bios umano.
Cio' che deve essere sottolineato e' proprio questo punto del pensiero di Sow: la liberta' - cio' che a noi sembra liberta' - ha, per cosi' dire, un'interpretazione culturale.
Cio' non e' detto esplicitamente ma si deduce dalla modalita' di costituzione e funzionamento dell'Io che e' la proposta innovativa ed efficace operativamente.
Ed e' questa la proposta di Sow contenuta nelle prime cento pagine del libro "Psychopathologie Africaine", oggetto della presente traduzione, sulla quale il nostro gruppo di Psicoterapia Transculturale ha da anni riflettuto e messo in pratica con i pazienti (Inghilleri, Terranova Cecchini, 1991), come ben emerge dal capitolo di presentazione a cura di Elisa D'Ippolito.
Il profilo dell'Io che l'autore senegalese ci offre permette al Terapeuta di contestualizzare il problema psichico nella cultura d'appartenenza del soggetto e dunque di dipanare il colloquio psicoterapeutico con il paziente, con la sua esperienza e i suoi vissuti senza costringere il soggetto ad essere un "caso", ma invece rendendolo consapevole del suo conflitto nei confronti della sua conformazione culturale.
Questo concetto da' forza e motivazione per ricomporre le lacerazioni dei vissuti nell'alveo culturale dell'identita', e quindi di sviluppare le personali propensioni con l'aiuto dell'esperienza condensata nella cultura d'appartenenza.
Il punto cruciale della cura e' questo: non la prospettiva del Terapeuta, ma quella del paziente; non solo la tecnica del Terapeuta, ma il suo lavoro di conoscenza della cultura di quel paziente; non la "presa in carico" della sola patologia del paziente, ma di quella patologia rispetto al gradiente di conflitto con la cultura alla quale il paziente appartiene.
Su questi aspetti insiste Georges Devereux nelle sue opere che costituiscono la base della linea terapeutica transculturale: "trans" come al-di-la', oltre la cultura o come "attraversamento, transito" attraverso le varie culture che i pazienti portano nello spazio terapeutico?
Devereux non ha osato precisare lo spostamento dai concetti freudiani, ma la sua frase «Marchesa parigina...», pone inequivocabilmente in primo piano il peso delle forme culturali nelle quali gli esseri umani si formano.
Molto significativa e' poi la descrizione di un comportamento e il legame tra tale comportamento e la cultura oltre che alle forze pulsionali.
E' l'esempio del ragazzo in fase di corteggiamento di una giovane: Devereux divide in quattro punti la spiegazione del comportamento appoggiandosi al concetto di "asse", lo stesso che viene usato da Sow.
La situazione e' molto banale: un ragazzo americano offre un mazzo di fiori alla ragazza che corteggia.
Devereux individua un primo asse che e' biologico, ovvero l'impulso sessuale che spinge il ragazzo al corteggiamento.
Il secondo asse e' molto interessante: e' quello dell'esperienza: il ragazzo sa che nella sua cultura si possono regalare solo libri, fiori o cioccolatini.
E' dunque l'esperienza concreta nel sociale che determina la scelta del tipo di dono.
Il terzo asse riguarda l'attenzione alle regole locali ovvero alle modalita' culturali del gruppo di appartenenza.
In questo senso agisce la scelta del momento nel quale fare il regalo che e' il Natale, mentre, sottolinea Devereux, un francese avrebbe scelto il capo d'anno.
Infine l'asse nevrotico: dal punto di vista inconscio il ragazzo esclude il cioccolatino perche' non si sente ancora pronto ad intraprendere una relazione nella quale poter dare "mantenimento", ed esclude i libri perche' non desidera portare la relazione sul piano intellettuale.
Sceglie dunque i fiori, che lo coinvolgono minormente e simboleggiano altresi' il suo desiderio di portare la relazione su di un piano fisico/sessuale - deflorazione - (Devereux 1952)2.
Il concetto di Asse, che parte dal corpus del pensiero culturale e si riverbera sia nella famiglia sia nella comunita' e soprattutto nella struttura piu' profonda dell'inconscio, e' invece proposto da Ibrahima Sow come elemento formativo non di comportamenti ma bensi' di struttura psichica del soggetto.
Il soggetto appartiene alla cultura dove e' nato soprattutto per la modulazione del suo Io che parte dal corpus del pensiero culturale (come possiamo anche definire la formulazione culturale della psiche - dell'Io - proposta da Sow).
L'indicazione che da' Sow circa le modalita' di trasmissione sono decisive per l'attivita' terapeutica, in quanto danno all'operatore psichiatrico tre aree fondamentali di indagine.
Il primo di questi elementi e' il biolignaggio, ovvero la famiglia.
E' da sottolineare che attualmente il biolignaggio e', per cosi' dire, "a geometria variabile" (Moro, 1994; 1998; 2007), ossia ha acquisito caratteristiche di sempre maggiore plasticita' e variabilita' sia nella struttura sia nella sua costanza nel tempo.
Il che vuol dire che e' possibile una variazione culturale nella quale i figli dovranno articolarsi attraverso scelte personali, confermate in primo luogo dal sistema sociale piu' che dalla famiglia stessa.
A nostro parere questo asse, asse "esistenziale", diviene sempre piu' importante per la costruzione della persona/personalita' proprio in virtu' di questa sua capacita' di accogliere i cambiamenti sempre piu' rapidi dei valori sociali e culturali.
Allora si tratta di lavorare non tanto e solamente sulla relazione genitori/figli, ma anche e soprattutto sulla cultura che i genitori inseriscono nella quotidianita' della relazione genitoriale.
La cultura trasmessa transgenerazionalmente dai genitori come insieme di artefatti socio-culturali (Inghilleri, 2009) diviene quindi una variabile fondamentale per lo sviluppo di una personalita' forte e complessa oppure fragile e poco flessibile, e fornisce un ambito pieno di stimoli importanti per il Terapeuta.
Considerando l'asse principale, verticale, che "trasporta" direttamente nel profondo dell'Io, nell'inconscio, i valori della cultura, dobbiamo sottolineare il radicamento di qualcosa di "esterno" (la cultura) all'interno della soggettivita' della "persona", costituendone dunque la "personalita'".
Il terzo collegamento del corpus de pensiero culturale si riferisce alla impregnazione dell'ambiente sociale, dell'ambiente comunitario, delle "leggi" della cultura.
Per evidenziare la valenza psichica delle strutture e delle relazioni sociali si e' recentemente espresso anche lo Psicanalista Rene Kaës (2007) che propone, accanto alle due topiche classiche della psicanalisi freudiana e post-freudiana, una terza topica, che alloca parte della psiche individuale al di la' della persona, nelle relazioni sociali, e pone come garanti (metasociali, appunto) dell'equilibrio identitario le istituzioni e gli artefatti sociali propri della cultura di cui l'individuo fa parte.
Attraverso il terzo asse il soggetto e' continuamente in relazione con la sua comunita' e dunque, confrontandosi con le regole culturali risente di una sincronia assolutamente appagante nel caso che il sistema famiglia/inconscio/societa' parlino lo stesso "linguaggio".
E' evidente che oggi molto spesso si rischia l'asincronia e quindi il disagio esistenziale.
Nel senso che il giovane entra nelle relazioni sociali con regole culturali che rischiano di diventare obsolete in tempi brevissimi.
Tuttavia, grazie alla plasticita' appresa durante le prime fasi della crescita e della socializzazione, i giovani contemporanei sono spesso in grado di affrontare questa asincronia, trasformandola in uno stimolo positivo ("asincronia feconda") e utilizzare le differenti visioni del mondo che incontrano nel sistema socio-culturale come promotori di sviluppo creativo della propria personalita' (Gardner, 1993).
Il modello di psiche proposto da Sow, nell'ottica in cui e' stata interpretata negli ultimi tre decenni dal nostro gruppo di ricerca, non e' piu' da considerarsi un modello etnico, specifico dei sistemi culturali africani, ma un modello nosografico universale, che fornisce i parametri e gli strumenti per inquadrare da un punto di vista culturale la struttura ed i processi psichici di pazienti di qualunque origine ed appartenenza; perche' tutti noi proveniamo da un sistema culturale, al quale partecipiamo ed il quale introiettiamo ed incorporiamo, e la relazione con la cultura forma la mente in termini di forma, e non solo di contenuti (Shweder, 1984, 1991).
L'Io culturale di Sow mette in luce con chiarezza e completezza le complesse interazioni tra cultura ed individuo che concorrono a formarne la mente e la personalita', e propone un'esaustiva indagine lungo tre assi esistenziali per far emergere tanto fattori ezio-patogenetici quanto strumenti e processi per la cura.
La mente, lo strumento costruito filogeneticamente dall'uomo per conoscere il mondo (Bruner, 1986; 1990), e' a sua volta da esso storicamente e culturalmente costruita; in questo senso deve essere vista, dal Terapeuta transculturale, come un artefatto culturale specifico, complesso ed articolato.
Essa contiene i significati, i modelli e le strutture che la persona-personalita' ha potuto/saputo integrare durante la propria esperienza quotidiana, di filiazione, di socializzazione.
E' pertanto attraverso la ricostruzione della relazione dell'individuo con i propri fondanti culturali che il Terapeuta viene messo in grado di comprendere l'esperienza del paziente, le sue caratteristiche idiosincratiche, le sue competenze e le sue fragilita'.
E' attraverso la lettura della mente dell'altro come un artefatto culturale, che al Terapeuta viene dato l'accesso alla sua verita'.
La mente/artefatto contiene e trasmette i significati essenziali per la sopravvivenza dell'individuo, e attraverso di essi si lega nel bene (creativita') o nel male (patologia), ma in ogni caso con forza, al contesto storico culturale dove ha avuto origine, ed e' a partire dalla comprensione di questi legami di significato, e della loro storia individuale, che inizia la relazione di cura, ed il processo di guarigione/evoluzione del paziente che si trova in una condizione di sofferenza che lo ha reso statico e incapace di crescere.
L'artefatto etno-clinico di Sow ci permette non solo di comprendere l'esperienza culturale del nostro paziente, ma anche, come evidenzia bene D'Ippolito, di essere traghettati dall'etnopsichiatria alla transcultura.
Il Terapeuta Transculturale, nell'attraversare il ponte che gli permette di entrare in empatia con il paziente, riesce anche, come emerge chiaramente nella nostra esperienza di gruppo di ricerca, a unire quel gap tra practicioner e clinician che Sow stesso solleva nelle prime pagine del testo qui presentato.
Egli e', come lo stesso autore auspica, un "praticante" che si sporca le mani con le esperienze quotidiane delle persone di cui si-prende-cura.
Non si occupa solo della diagnosi e della risoluzione della patologia e della sofferenza, ma anche e soprattutto dell'essere umano che ha davanti nella sua unicita' e complessita'.
Questo costante processo di ri-definizione della realta' attraverso le parole dell'altro lo porta, tuttavia, ad acquisire una competenza "clinica" che gli permette di decentrarsi (Moro 1994; 1998; 2007), e prendere distanza dal paziente insieme con il quale sta lavorando per entrare in un'ottica diagnostica attraverso la quale curare (De cordova, 2009; Shorter, 1985) la personalita'-persona del suo paziente.
Questa divisione delle visioni, tra practicioner e clinician, tra asse biogenetico, storico ed esistenziale, ci permette di affrontare il sistema cultura nella sua essenza plurale.
Questo processo di complessificazione della realta' si avvicina al concetto di complementarismo promosso da Devereux (1961, 1967) e dai suoi seguaci, ma mentre in quest'ultimo diviene infine necessario arrendersi alla inconciliabilita' di visioni storicoantropologiche ed eziologiche di natura strutturalmente differente, che arricchiscono la comprensione del clinico rispetto alla situazione esistenziale e alla patologia del paziente, ma non possono essere utilizzate unitamente nella pratica terapeutica, nella psiche culturale di Sow i tre assi e le due visioni professionali concorrono ad una visione a tutto tondo della persona nella sua sofferenza.
Questo processo di apprendimento che il Terapeuta transculturale necessariamente deve percorrere, per entrare in relazione con il paziente ed il significato dei sintomi che egli porta, facilita e supporta il collaterale processo di decentramento, per come definito da Moro (1994; 1998; 2007).
Questa posizione psichica, culturale e metodologica e' un necessario spostamento che il Terapeuta deve sforzarsi di fare rispetto alle proprie conoscenze, ai propri orientamenti culturali e alle proprie abitudini, per affrontare con occhi e cuore liberi i valori ed i significati incarnati dal paziente inteso come Altro, come portatore di una cultura solo in parte conoscibile, che sia essa lontana o meno.
Il viaggio del Terapeuta all'interno della psiche culturale del paziente, per come Sow la intende, necessariamente porta il Terapeuta alla scoperta di una personalita'-persona come intrinsecamente altro da Se', come essere culturale unico e irripetibile.
E' cosi' che il pluralismo eziologico ed escatologico presentato dal modello di Io culturale di Sow, anziche' promuovere una divisione tra teoria e pratica, tra letture scientifiche, culturali e storiche, riesce ad interpretare una visione olistica della persona.
Partendo dall'esperienza africana di uomo, che non conosce una divisione tra corpo e anima, tra spirito e mente, tra individuo, societa' e ancestri/antenati, l'autore di "Psychiatrie Dynamique Africaine" sviluppa un modello olistico della relazione, strutturale e funzionale, tra cultura e persona che ben risponde alle esigenze del Terapeuta (e del Ricercatore) in qualsivoglia contesto culturale.

Nota
  1. Introduzione al libro "Psichiatria dinamica africana", traduzione italiana di Psychiatrie dynamique africaine, di I. Sow, - primi tre capitoli - che sara' pubblicato nel 2015 da Armando Editore.
  2. Devereux G., L'etnopsichiatria come quadro di riferimento nella ricerca e nella pratica clinica, in Devereux G. "Saggi di Etnopsichiatria generale", Armando, Roma, 2007, pag. 98
Bibliografia
  • Bruner J.S. (1986), "La mente a piu' dimensioni", trad. it. Laterza, Roma-Bari, 1988
  • Bruner J.S. (1990), "La ricerca del significato. Per una psicologia culturale", trad. it. Bollati Boringhieri, Torino, 1992
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  • Devereaux G. (1952), L'etnopsichiatria come quadro di riferimento nella ricerca e nella pratica clinica, in Devereux G., "Saggi di Etnopsichiatria generale", Armando Editore, 2007, Roma
  • Devereux G. (1961), Mohave Ethnopsychiatry and Suicide. Smithsonian Institution, Bureau of American Ethnology Bulletin 175, Washington, DC
  • Devereux G. (1967), "Dall'angoscia al metodo nelle scienze del comportamento", trad. it. Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1984
  • Gardner H. (1993), "Intelligenze creative", trad. it., Feltrinelli, Milano, 1994
  • Kaës R. (2007), "Un singolare plurale", trad. it. Borla, Roma, 2007
  • Inghilleri P. (2009), "Psicologia culturale", Raffaello Cortina, Milano
  • Inghilleri P., Terranova-Cecchini,R. (1991), "Avanzamenti in psicologia transculturale. Nuove frontiere della cooperazione", Franco Angeli, Milano
  • Moro M.R. (1994), "Genitori in esilio. Psicopatologia e migrazioni", trad. it. Raffaello Cortina, Milano, 2002
  • Moro M.R. (1998), "Bambini immigrati in cerca di aiuto", trad. it. Utet, Torino, 2001
  • Moro M.R. (2007), "Maternita' e amore. Quello di cui hanno bisogno i bambini per crescere bene qui e altrove", trad. it. Frassinelli, Milano, 2008
  • Shorter E. (1985), "La tormentata storia medico-paziente", trad. it. Feltrinelli, Milano, 1986
  • Shweder R.A. (1984), La ribellione romantica dell'antropologia nei confronti dell'Illuminismo, o del pensare al di la' della ragione e dell'esperienza, in Shweder R.A., LeVine R.A. (a cura di), "Mente, se', emozioni. Per una teoria della cultura", trad. it. Argo, Lecce, 1997
  • Shweder R.A. (1991), Thinking through Cultures. Expeditions in Cultural Psychology, Harvard University Press, Cambridge, ma.


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