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Dallo specchio ai neuroni specchio
di Conny Leporatti


Dott.ssa Conny Leporatti
Psicologa, Psicoterapeuta, Consulente Tecnico del Tribunale di Firenze, Direttrice Centro Co.Me.Te. di Empoli.
Il presente lavoro è stato pubblicato sulla rivista "Storie e Geografie Familiari", Scione Editore Roma, n: 11-12, Febbraio 2014, Pag. 35-49.


Dallo specchio ai neuroni specchio

Introduzione: dallo specchio ai neuroni specchio1
Lo specchio, oggetto quotidiano eppure sconosciuto, ponte tra il sé e l'immagine di sé, oggetto indispensabile nella terapia familiare, e i neuroni specchio.
La scoperta ci riporta al 1991, quando Giacomo Rizzolatti inoltrò una nota alla rivista "Nature", nella quale descriveva un sorprendente tipo di neuroni che insieme a Di Pellegrino, Fadiga, Fogassi e Gallese, aveva scoperto all'Istituto di Neurofisiologia dell'Università di Parma, nella corteccia premotoria della scimmia. Questi neuroni avevano la peculiarità di attivarsi sia quando la scimmia compiva un determinato atto motorio, sia quando osservava un altro individuo (scimmia o uomo) compiere lo stesso atto.
"Nature" non accettò il lavoro per la sua "scarsità di interesse generale" e suggerì la pubblicazione su una rivista specializzata. La nota venne pubblicata pochi mesi dopo su Experimental Brain Research e il lavoro per esteso su Brain nel 1996. Questi neuroni sono ora noti come neuroni specchio.
Successivamente, soprattutto mediante l'uso di tecniche non invasive, si è potuto constatare che le informazioni sensoriali (visive, acustiche o addirittura olfattive) che connotano un'azione, si trasformano nello schema di quell'azione anche nell'uomo: il meccanismo specchio è quindi caratteristico anche del cervello umano, ed è presente non solo nelle aree premotorie, ma anche in altre aree, tra cui quelle che controllano le emozioni come l'insula e il giro del cingolo. Non si tratta quindi semplicemente di un sistema limitato all'area premotoria e alle aree a questa collegata, bensì di un meccanismo generale di trasformazione sensorio-motoria. L'attivazione del meccanismo specchio nelle aree emozionali ci permette di vivere l'emozione degli altri, mentre l'attivazione in circuiti che controllano le azioni prive di una connotazione emozionale ci consente di capire queste azioni e le intenzioni ad esse sottese.
Tutta la cultura occidentale, da Platone a Cartesio fino ad approdare alla scienza moderna, si è confrontata con la dicotomia psiche-soma, forte del lascito della filosofia greca che identifica nella sola psiche la sede dell'"identità" del soggetto. Negli ultimi 15 anni, però, le numerose ricerche delle neuroscienze e della psicologia dello sviluppo hanno rivoluzionato il mondo scientifico, riproponendo la necessità di superare quella dicotomia tra mente e corpo che, sulla base delle evidenze scientifiche, appare oggi sempre più riduttiva.
Sulla base dell'osservazione diretta di pazienti o la ricostruzione a posteriori di casi clinici, Antonio Damasio dimostra come lesioni cerebrali che impediscono la comunicazione con le aree deputate alla gestione dell'emozione compromettano i processi decisionali e la capacità di provare sentimenti. Queste evidenze cliniche sottolineano chiaramente quanto siano inscindibili in essi tra mente e corpo, aprendo alla scienza ulteriore filone di indagine e delineando finalmente i presupposti per una nuova alleanza tra neuroscienze e psicoterapia (Onnis, 2009).
In questa comunicazione tenteremo di affrontare proprio questi presupposti, mettendo in evidenza come le neuroscienze attraversino territori abitualmente regno della psicologia e della psicoterapia, offrendo occasioni di conferma e dando supporto scientifico a esiti e risultati empirici della psicologia dello sviluppo, della infant research, della dinamica del processo psicoterapeutico.
Riferiremo poi di un progetto di ricerca relativo all'uso delle immagini in funzione della costruzione dell'empatia nella relazione terapeutica, tra risonanza emotiva e cambiamento.

Mente e neuroscienza
Un elemento riscontrato trasversalmente in numerose ricerche consiste nella prova che la psicoterapia induce cambiamenti strutturali nel cervello, stimolando la formazione di nuove connessioni sinaptiche. La parola, così come tutte le componenti emozionali che l'accompagnano, induce modificazioni biochimiche nel cervello, influenza questa sino ad oggi attribuita ai farmaci.
Vediamo ora per grandi linee quali sono i principali indirizzi di ricerca a cui stiamo accennando.
Eric Kandel (2008) distingue nell'uomo due tipi di memorie:
  • una è la memoria implicita, una memoria affettiva con sede nel sistema limbico e in particolare nell'amigdala, che guida l'apprendimento del bambino fin dalla nascita, al punto di costituire l'unico sistema deputato all'apprendimento per i primi due anni di vita; Kandel la definisce implicita perch&ecute; questa memoria non si associa alla coscienza del ricordare;
  • l'altra è una memoria esplicita, dichiarativa e semantica; elabora informazioni e coinvolge l'ippocampo, si sviluppa nel bambino solo dopo i due anni, associandosi all'esperienza soggettiva cosciente del ricordare.
Anche Le Doux (1998, 2003) nei suoi studi sul "cervello emotivo" evidenzia come la memoria implicita sia influenzata sostanzialmente da esperienze emozionali, il cui ricordo affettivo è al di fuori della coscienza perché è immagazzinato come reti associative in strutture sottocorticali, in particolare l'amigdala.
Questa memoria implicita fornisce la base per gli apprendimenti successivi e, grazie alla sua plasticità, permette una modifica continua (e di conseguenza un apprendimento continuo) durante tutto l'arco della vita.
Le connessioni sottocorticali tra amigdala e talamo - la cosiddetta low road - in cui sono immagazzinate le reti associative - sono più veloci e dirette, anche se producono risposte meno precise di quelle corticali - definite high road - che sono al contrario più elaborate e raffinate ma più lente.
Una volta che il ricordo è stato immagazzinato nella memoria esplicita, perché ricompaia, è necessario che le reti associative a cui è collegato raggiungano un certo livello di attivazione, come avviene quando, anche a distanza di tempo, si ripresentano esperienze emozionali analoghe e di sufficiente intensità.
È questo l'attuale filone di ricerca di Damasio (2010), il quale sostiene che la coscienza non sia il prodotto sofisticato delle aree cerebrali più recenti ed evolute, ma di quelle più primitive, dove vengono generate le emozioni.
Per spiegare come la memoria registra e recupera i ricordi, Damasio propone il modello di convergenza/divergenza, che fornisce un'idea dell'architettura cerebrale che permette la coerenza della rievocazione e del riconoscimento di tracce mnemoniche disparate, un processo definito Binding, che per lungo tempo è stato un enigma delle neuroscienze.
All'interno di questa prospettiva, quando sollecitiamo la memoria, si attivano due "spazi": lo spazio disposizionale e lo spazio delle mappe.
Il primo, non cosciente, fa capo alle aree primitive del cervello, mettendo in moto gli automatismi, scorciatoie nei percorsi della memoria.
Lo spazio delle mappe, definito anche spazio delle rappresentazioni, compare in un momento successivo nella storia dell'evoluzione: permette la formazione di ricordi coscienti, precisi, contestualizzati e ricchi. Le mappe a cui si fa riferimento sono quelle relative agli oggetti e agli eventi, e vengono costruite nel momento in cui gli oggetti e gli eventi sono percepiti, registrando la sincronizzazione che ha luogo nelle diverse aree cerebrali.
Ricordare un oggetto o un contesto consiste quindi nel riattivare, nel miglior modo possibile, le stesse aree attivate durante la sua percezione iniziale. Il ricordo viene così ricostruito approssimativamente, attraverso la rappresentazione simultanea di ciò che anche in origine è stato percepito in modo simultaneo, un processo questo che Damasio definisce "meccanismo di retro attivazione a tempo bloccato".
Spazio disposizionale e spazio delle mappe funzionano pertanto non in competizione, ma in sinergia.
La ricerca di Damasio pone le sue basi su quanto a suo tempo affermato da Edelmann circa il "presente ricordato". Per Edelmann (1991) la memoria non è come un mero archivio in cui vengono depositati ricordi organizzati, integrati e codificati. I ricordi sarebbero piuttosto dei frammenti, la cui integrazione avviene al momento della ri-memorizzazione nel presente, assumendo connotazioni particolari in rapporto al contesto interattivo in gioco in quel momento. La memoria ha luogo, quindi, nelle relazioni interpersonali, e ciò che ricordiamo è il presente e non il passato (quello che viene definito "il presente ricordato").
In questo modo si ripropone la dimensione relazionale dell'attività della mente, chiamando in causa quel contesto interattivo particolare che è la relazione terapeutica. Contesto che, con intensità emozionale adeguate, deve favorire la "presentificazione" dei ricordi, facilitandone la rielaborazione.
Anche le ricerche di Siegel (2001) si occupano degli aspetti relazionali della mente, partendo dal presupposto fondamentale che la mente emerge dalle interazioni tra processi neurofisiologici e relazioni interpersonali.
Da questo punto di vista, dunque, le relazioni interpersonali occupano un ruolo essenziale nell'orientare, fin dalle più precoci fasi di vita, lo sviluppo delle attività mentali del bambino e delle strutture neurali relative, ed è per questo che Siegel parla di "mente relazionale".
Siegel (2008) sostiene che prima dell'empatia si ha la percezione dell'altro come simile a sé nell'intenzionalità, ed ha incluso queste due fasi della relazione in una sigla, ISO (Internal State of the Other), intendendo innanzitutto che gli stati affettivi, intenzionali e fisiologici percepiti in un'altra persona si incarnano in noi stessi. Un ISO può essere percepito da quei segnali dell'altro che ci fanno sentire "sentiti" in quello specifico momento e ci fanno vedere la nostra mente in quella dell'altro.
Sintonizzazione ed empatia sono un processo progressivo di costruzione della risonanza dell'altro in noi, attraverso un processo che Siegel ha chiamato NOTO (Narrative Of The Other): ci sentiamo pensati anche perch&ecute; viviamo all'interno delle narrazioni dell'altro, esse ci dicono in che modo siamo visti dall'esterno.
"Su più ampia scala, la presenza di un NOTO si palesa nei modi in cui le esperienze di vita di un paziente possono riempire la mia mente e io posso sentire le sue difficoltà e il percorso della sua vita, e nella misura in cui nel corso delle nostre discussioni e per mezzo del modo in cui ci mettiamo in relazione cercando di dare un senso alla sua vita, gli faccio capire che la sua storia esiste nella mia mente" (Siegel D., 2008, cit. in Ruggiero & Iacone, 2011).

Psicoterapia e neuroni a specchio
Gli interventi analizzati finora si collocano sul piano dell'empatia e della cognizione sociale - prevalentemente sul NOTO. Risonanza, rispecchiamento, sono fattori basilari del cambiamento (Ruggiero G., 2007), sono i now moment di cui parla Stern (2004).
Stern fa riferimento alle esperienze vissute in prima persona all'interno del momento presente, capaci di dar luogo ad un viaggio affettivo condiviso che consente il cambiamento terapeutico. Il viaggio è una condivisione implicita dell'esperienza, è un'esperienza diretta e originale non linguisticamente mediata, co-creata da entrambi e vissuta nel qui ed ora.
Questo lavoro terapeutico è riconducibile ad un recupero di un piano di risonanza interpersonale?
Qual è il ruolo dei neuroni specchio in questa area pre-verbale e pre-simbolica?
Che spazio e che importanza diamo alla funzione di rispecchiamento tra terapeuta e paziente?
Quando parliamo di rispecchiamento, ci riferiamo ad una funzione basilare della specie umana su cui si fonda la vita psichica dai primi istanti di vita, che rimanda alla capacità innata e preprogrammata di internalizzare, incorporare, assimilare ed imitare lo stato di un'altra persona, ciò che Gallese ha definito "simulazione incarnata" (Gallese, 2005). Si tratta del rispecchiamento delle emozioni e delle sensazioni altrui, che ha implicazioni basilari per la psicoterapia. Le ricerche sui neuroni specchio mostrano che quando osserviamo l'espressione facciale di un altro e ne deduciamo un particolare stato affettivo,la sua emozione è ricostruita, vissuta e compresa direttamente attraverso una simulazione incarnata, permettendo la condivisione da parte dall'osservatore dello stato corporeo proprio del soggetto osservato.
Si tratta di quel fenomeno di risonanza che Rizzolatti chiama "risonanza viscero-motoria" (2006).
Quando osserviamo, dunque, uno stato emozionale dell'altro, possiamo comprenderlo perch&ecute; ci immedesimiamo in lui condividendo anche noi, nel nostro corpo, il suo stesso sentire.
Appare evidente che questi meccanismi di simulazione incarnata, mediati dai neuroni specchio, rappresentino la base neurofisiologica della intersoggettività e dell'empatia.
La psiche esiste nel momento in cui ci sono due menti che si incrociano: scopriamo noi stessi, i nostri pensieri e i sentimenti attraverso la relazione con gli altri. Quello che si vede nel volto dell'altro dà un nome alle esperienze emozionali e per rifarci alle neuroscienze, ciò contemporaneamente modella lo sviluppo cerebrale.
È questo il ruolo delle figure di attaccamento (compreso lo psicoterapeuta), più recentemente attribuito anche al partner all'interno della relazione di coppia.
Le ricerche future presumibilmente prenderanno in esame il ruolo dei neuroni specchio super (Iacoboni, 2008). Si tratta di sistemi di neuroni specchio deputati a farci distinguere il s&ecute; dall'altro, le proprie emozioni da quelle che vive il nostro interlocutore.
A fronte del meccanismo automatico della simulazione incarnata, che ci permette di entrare in contatto con la mente dell'altro, i neuroni specchio super (o supervisori) hanno il compito di separare l'assetto emotivo degli individui, permettendo il mantenimento dell'individualità emotiva. Questo sistema di neuroni potrebbe avere un ruolo nell'esperienza di sofferenza psichica, che è frequentemente legata all'impossibilità di distinguere i vissuti personali, ovvero quello che in ambito psicodinamico è indicato con la presenza di proiezioni o identificazioni proiettive fortemente patologiche (Ruggiero & Iacone, 2011).

Neuroscienze e psicoterapia
La relazione, nell'orientamento sistemico, non è solo la base di ogni atto comunicativo, ma è anche il contesto che permette l'attribuzione di significato all'interno di ogni processo mentale.
La concezione della mente proposta da Bateson (1984) non solo radica la mente inscindibilmente nel corpo, in quanto principio organizzatore di tutte le funzioni dell'organismo, ma la connette, attraverso reti relazionali complesse, all'ambiente.
Per Bateson (1976) questa connessione è così sostanziale che, contro le concezioni tradizionali, l'unità di sopravvivenza non è l'organismo, ma l'organismo nel suo ambiente, in un rapporto circolare di mutua influenza. Le scoperte delle neuroscienze ci mostrano un uomo biologicamente predisposto per l'intersoggettività e la relazionalità, al punto che non solo le attività mentali di base, ma anche il nascere della coscienza necessitano dell'impulso vitale fornito dalle relazioni.
Un'anche maggior decisione nel sottolineare la dimensione relazionale dei processi mentali è ravvisabile nei contributi di Daniel Stern, per il quale le interazioni attivano i processi mentali e abbracciano quell'ampia area di esperienze e di apprendimenti che in psicologia dello sviluppo è definita "conoscenza relazionale implicita".
Ad essa fanno riferimento i "modelli operativi interni" dell'attaccamento di Bowlby (1979), gli "schemi dell'essere con" di Stern (1995).
All'interno della prospettiva sistemica la dimensione implicita attraversa tutta la relazionalità, laddove la peculiarità di questo approccio sta nel distinguere, in ogni atto comunicativo, un livello di contenuto che è dichiarativo ed esplicito, e un livello di relazione che si manifesta attraverso il linguaggio non verbale, analogico, emozionale.
Una conoscenza relazionale implicita si mette in atto (Stern, 1998) anche in quella esperienza particolare che è la relazione terapeutica, in quei "momenti di incontro" che forniscono quel "qualcosa in più", l'elemento che per Stern è l'attivatore dell'azione trasformativa in terapia.

Il linguaggio implicito in psicoterapia
Durante la pratica clinica risulta evidente quanto sia talvolta efficace l'uso terapeutico di linguaggi impliciti che vanno oltre la mediazione della parola e del pensiero logico e approdano direttamente alla sfera emozionale. Ne sono esempio la metafora, così come gli "oggetti fluttuanti" di Caillè e Rey (2005) o ancora, il metodo delle "Sculture del Tempo Familiare" (STF) (Onnis et al., 1990; Onnis, 1992; 1194; 1996b; 2004), o l'uso delle immagini (foto, collage, genogramma fotografico) proposto da Rodolfo De Bernart (De Bernart, 1982; 1984; 1987; 2007; 2008).
Spesso attraverso questi linguaggi impliciti emergono suggestioni particolarmente vivide per la loro intensità emozionale e di basilare importanza ai fini terapeutici per i significati impliciti che propongono e per la possibilità che forniscono ai pazienti di esprimere in forma verbale esplicita una prima rielaborazione dei vissuti emotivi che sono stati suscitati dalla rappresentazione analogica.
Catia Giacometti (1999) suggerisce come l'immagine permetta di creare un primo livello di rappresentabilità, attraverso lo stabilirsi tra il soggetto e la sua storia relazionale di una distanza che favorisca l'ascolto, la pensabilità e il dialogo, creando un accesso a mondi interni di non semplice raggiungibilità a causa delle difese proprie dell'uso del canale verbale, e permettendo inoltre l'articolazione di parti di s&ecute; e dell'altro secondo un'elaborazione soggettiva.
Grazie alle neuroscienze oggi disponiamo di indicazioni essenziali anche per la comprensione dei meccanismi neurofisiologici che sottendono le attivazioni mediate dal linguaggio non verbale.
Gli studi che hanno portato alla luce l'esistenza della memoria implicita in cui si depositano ricordi e tracce mnesiche fortemente emozionali, affettive, legate alle percezioni corporee, ci permettono di capire perch&ecute; l'attivazione di questa memoria può essere facilitata dall'uso di linguaggi che utilizzino l'emozionalità e la corporeità.
Di nuovo, ci è di grande aiuto il conoscere la funzione dei neuroni specchio, il loro registrare e riflettere tutte le componenti analogiche coinvolte nella relazione terapeutica.
Siamo a questo punto in grado di affrontare brevemente il discorso relativo all'uso delle immagini d'arte in terapia. Ciò che è sorprendente nell'uso di questa tecnica è la coerenza della "narrazione implicita" che si dipana attraverso il succedersi delle varie immagini scelte, come se una vera e profonda "sintonizzazione" affettiva le attraversasse e le accomunasse.
Amo l'arte da sempre, sin da piccola ho avuto la fortuna di frequentare artisti e mostre di pittura, appassionandomi all'arte figurativa e al suo codice.
Così nel corso della vita, ho raccolto cataloghi museali provenienti da tutto il mondo e li ho tenuti in studio, quasi fossero un potenziale rifugio per i momenti più faticosi, come a volte rileggere alcuni passi di certi libri può esserlo. Inizia così l'uso che faccio delle immagini d'arte in terapia.
Ho presentato per la prima volta gli esiti di questo lavoro al Convegno di studi del XX° Anniversario della Fondazione dell'Istituto di Terapia Familiare di Firenze, a Firenze nel 2001, ed ho proseguito nella presentazione del lavoro clinico, che ha avuto luogo nel tempo, nei successivi Convegni di Berlino, EFTA 2004; di Pechino, Congresso Mondiale di Psicoterapia nel 2008; di Sidney, Congresso Mondiale di Psicoterapia nell'agosto 2011; all'EFTA-TIC di Bruxelles di Settembre 2011.
Dalla collaborazione clinica e formativa con Rodolfo De Bernart, nasce nel 2002 la sistematizzazione dell'uso spontaneo che ho operato delle immagini d'arte in terapia fin dai primi anni '90, in un "Test delle immagini d'arte nella clinica". L'intento del lavoro - forse chiamato impropriamente Test - non è tanto quello di fornire uno strumento clinico di natura diagnostica e predittiva, quanto quello di fornire uno strumento di natura proiettiva, di supporto al lavoro clinico ed alla relazione terapeutica.
Le immagini che nel corso del lavoro clinico da me svolto nel decennio precedente erano state più frequentemente scelte dai pazienti, sono state riunite in un Book di 20 immagini, suddivise in 20 categorie.
L'intuizione ha consentito la strutturazione di uno strumento di lavoro che allo stato attuale è in sperimentazione presso diversi Istituti di Terapia Familiare italiani - afferenti alla rete degli ITF - e circa 50 Istituti di Terapia Familiare in Europa - afferenti all'EFTA, European Family Therapy Association.
L'uso del Test avviene secondo la classica richiesta al paziente "Scelga un'immagine d'arte che senta possa rappresentarLa o rappresentare i Suoi stati d'animo".
Il Test viene usato sia in terapia individuale che di coppia - dove la "lettura" delle immagini è incrociata, ovvero viene chiesto all'uno di "leggere" l'immagine scelta dall'altro - e familiare.
Ho riferito della Tecnica di uso delle immagini d'arte e di alcuni casi clinici nei quali ho utilizzato la Tecnica in due precedenti articoli2.

Empatia e cambiamento in psicoterapia
La relazione terapeutica, in quanto facilitatrice di processi trasformativi che coinvolgono sia il paziente sia il terapeuta, è inscindibilmente legata al concetto di "sistemi osservanti": se l'osservatore interagisce con il suo campo di osservazione, influenzandolo, allora anche il terapeuta ha un ruolo attivo nel "sistema in terapia" (individuo, coppia, famiglia) e, nel momento stesso in cui inizia l'interazione, costituisce con esso un sistema più ampio in grado di trasformare tutte le varie parti in gioco.
È anche per questo che, nella psicoterapia sistemica, quando vengono utilizzati metodo e linguaggi analogici, l'intervento del terapeuta spesso da luogo ad una restituzione che ha come base le stesse metafore proposte dalla famiglia.
Quali sono le qualità essenziali che possono consolidare la relazione terapeutica e farne una alleanza aperta a potenzialità trasformative?
Queste qualità sono sò la correttezza delle tecniche terapeutiche utilizzate, la validità delle interpretazioni, l'adeguatezza delle risposte del paziente, ma sono anche e soprattutto quel "qualcosa in più" di cui parla Stern (1998, 2004), quel contatto emotivo tra terapeuta e paziente che più comunemente chiamiamo empatia.
Perch&ecute; si crei l'empatia, però, non è sufficiente il rispecchiamento: è fondamentale che qualcosa di nuovo entri in gioco, qualcosa in grado di modificare in senso positivo la percezione di S&ecute; dell'altro, aggiungendo qualcosa allo stato precedente.
Rifacendoci di nuovo a Stern e al suo concetto di cambiamento terapeutico che nasce da una "relazione implicita condivisa", è plausibile che quando descrive i "now moments" come eventi inusuali che destabilizzano il presente, rendendo possibile il cambiamento se sfruttati in maniera opportuna da paziente e terapeuta (Stern, 1998, 2004), Stern si riferisca all'introduzione di elementi nuovi e imprevisti nei reciproci rispecchiamenti, che si incrociano nello svolgersi della relazione terapeutica.
Stern (2010) sposta il campo di indagine dalla narrazione del s&ecute; ad un livello più profondo e in fieri, in cui l'oggetto d'analisi sono le gestalt processuali, dinamiche, in continuo cambiamento, eppure ancorate a precisi correlati neurofisiologici di arousal. Per Stern la vitalità risiede nel movimento, che dà il senso dell'essere vivi, ed in questa direzione proseguono le ricerche di Ramseyer e Tschacher (2008; 2010) sulla sincronia del movimento videoregistrato in seduta tra paziente e terapeuta (Milloni, 2010).
Durante il processo di rispecchiamento, in sostanza, il terapeuta introduce quell'elemento di novità e di diversità che dà il via al processo di cambiamento, ma sono il paziente, la famiglia, la coppia, a cogliere l'opportunità di sondare all'interno di se stessi, scoprendo le risorse per scegliere, autonomamente e creativamente, che direzione dare alla trasformazione in atto.

Una ricerca
Nell'ambito della cornice teorica già delineata, è stata avviata una ricerca tra Istituto di Terapia Familiare di Firenze, IMEPS di Napoli e Istituto di Terapia Familiare - Centro Co.Me.Te. di Empoli (Fi) relativa all'uso delle immagini in funzione della costruzione dell'empatia nella relazione terapeutica, tra risonanza emotiva e cambiamento.
La ricerca tende a verificare l'incidenza (positiva) di alcune tecniche in psicoterapia basate sull'uso delle immagini. In particolare si ipotizza che l'uso di fotografie in psicoterapia solleciti una maggiore attività cerebrale tesa al riconoscimento delle emozioni altrui.
Un miglioramento nel riconoscimento delle emozioni altrui faciliterebbe i circuiti di risonanza interpersonali (Siegel D. 2008), di cui i neuroni specchio sono il primo tassello, e quindi implementerebbe il fattore empatico. I risultati di tale applicazione consisterebbero quindi in:
  • Miglioramento nel processamento delle emozioni: identificazione, comunicazione delle emozioni ed empatia;
  • Implementazione del quoziente di intelligenza emotiva;
  • Miglioramento dell'alleanza terapeutica, ovvero una maggiore compliance al trattamento.
Sarà cura del gruppo di ricerca dare notizia degli esiti del lavoro avviato.
In tale prospettiva, vorrei lasciarvi allora con una metafora che tutti noi conosciamo e spesso utilizziamo in formazione e in terapia.
Attiene all'incontro tra Marco Polo e Kublai Khan: "Non la pietra, mio signore, non la pietra, ma l'arco".

Note
  1. Il presente articolo contiene parti di relazioni ed articoli precedentemente presentati a Congressi italiani ed internazionali e pubblicati in italiano ed inglese. Le citazioni sono in bibliografia.
  2. Leporatti, C. (2010), "In Imagine Verum, Immagini d'arte e clinica di coppia", Storie e geografie familiari n. 4-5/2010, Scione Editore
    Leporatti, C. (2012), "In Imagine patris. Uso di immagini d'arte in terapia con adolescenti in contesti di separazione e divorzio", II Festival Internazionale di Terapia Familiare, Roma 7-9 Giugno 2012

Bibliografia
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