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La genitorialità come relazione identitaria fondamentale: apprendere dall'omogenitorialità
di Federico Ferrari


Dott. Federico Ferrari
Psicologo Psicoterapeuta sistemico-relazionale, didatta del Centro Milanese di Terapia della Famiglia, membro del consiglio direttivo di SIPSIS (Società Italiana di Psicoterapia per lo Studio delle Identità Sessuali) e di SIRTS (Società Italiana di Ricerca e Terapia Sistemica). È coautore del volume "Curare i gay? Oltre l'ideologia ripartiva dell'omosessualità" (Cortina 2012), una critica scientifica e rigorosa delle terapie riparative dell'omosessualità, e autore del libro "La famiglia inattesa. I genitori omosessuali e i loro figli" (Mimesis 2015), che presenta una visione estremamente ampia della psicologia dell'omogenitorialità. È, inoltre, da alcuni anni referente per la ricerca scientifica dell'Associazione Famiglie Arcobaleno.

La genitorialità come relazione identitaria fondamentale: apprendere dall'omogenitorialità

Introduzione
Il lavoro clinico con le coppie omogenitoriali ci pone nella posizione di riconoscere un fenomeno a noi familiare: quello delle dinamiche relazionali e psichiche della genitorialità, dentro una forma in parte differente ed in parte simile rispetto a quella ipostatica della triade madre-padre-figlio. Tuttavia dobbiamo constatare come il focalizzarsi prioritario della teoria delle relazioni familiari sul triangolo edipico tradizionale - che pure ha permesso nel tardo secolo scorso la nascita del concetto stesso di genitorialità - ne ha limitato la capacità descrittiva. Esso, infatti, rimane fortemente intrecciato e confuso ai concetti di generatività, di procreazione e di funzione genitoriale. Questi concetti, che nella famiglia "biologica" si trovano ad essere sovrapposti, a ben vedere hanno connotati specifici che non equivalgono a quello di genitorialità.
Che si parli di famiglie biologiche o adottive, il discorso sulla genitorialità si traduce di solito nell'identificare una "funzione genitoriale" applicata ad uno status genitoriale, il quale viene, però, assunto come un dato della biologia o del contratto sociale. Sul piano psichico, dunque, manca il passaggio critico, quello per cui tanto la biologia quanto il riconoscimento sociale sarebbero capaci di trasformare la funzione genitoriale in qualcosa di differente da un semplice caregiving, dal prendersi cura di una nutrice, di una baby-sitter o di una badante.
Quando, però, come nel caso dell'omogenitorialità, in assenza tanto di legame biologico quanto di riconoscimento sociale comunque la funzione genitoriale si traduce in una relazione genitore-figlio, chiaramente distinguibile e riconoscibile, diviene inevitabile la domanda su cosa sia che ci permette di distinguere quella condizione di genitorialità da una qualunque relazione di cura. Qualcosa che, da un lato, è capace di attivare il nostro insight di riconoscimento senza essere ovvio e palese, e, dall'altro, può garantire lo sviluppo dei figli di famiglie omogenitoriali senza alcuno svantaggio (Adams e Light, 2015; Ferrari, 2015; Patterson, 2005).
Come molti concetti che appartengono all'esperienza quotidiana (che sono solo apparentemente autoevidenti), la genitorialità risulta più difficile da definire di quanto ci si aspetterebbe. Guardando da vicino questo concetto, esso appare più come una nebulosa di significati, che talvolta si sovrappongono e altre volte si discostano.
"Generatività", "procreazione", "filiazione", "adozione", "cura" sembrano intrecciarsi in una rappresentazione che noi riconosciamo come "genitorialità", ma che non è affatto costante, tanto che fatichiamo a dire quali di questi elementi sono effettivamente necessari per parlare di genitorialità e quali, invece, sono accessori e di per sé insufficienti.
Chi è davvero "un genitore"? Basta un legame biologico con la propria progenie? O è "chi si prende cura dei figli" a potersi definire tale? Si tratta di un dato oggettivo, di un ruolo che deve essere riconosciuto socialmente, o è un processo intimo e intrapsichico?
La risposta naturalmente sarà diversa nel discorso di un biologo, di un sociologo o di un antropologo.
Il mio punto di vista è quello psicologico e sistemico-relazionale, ma cercherò di tenere insieme diversi aspetti, per salvaguardare una visione più articolata possibile.
1. Genitorialità e parentela: uno sguardo antropologico
In antropologia la relazione tra genitori e figli è indicata con il termine "filiazione" e rappresenta il fulcro del sistema della parentela, ovvero "il principio che governa la trasmissione della parentela" (Ghasarian, 1997). Anne Cadoret (2002), etnologa francese studiosa di omogenitorialità, definisce, infatti, la "parenté" ("parentela", ma che nella traduzione italiana diventa "genitorialità") come "il sistema che attribuisce dei figli a dei genitori e dei genitori a dei figli".
La "genitorialità" è un concetto andato affermandosi successivamente, con l'imporsi della cultura psicologica, in particolare a partire dal concetto inglese di "parenting" (più legato ad un'idea di funzione psico-relazionale), e che indica il ruolo prettamente individuale del genitore nella relazione.
Da un punto di vista antropologico essa viene riconosciuta e diviene oggetto di riflessione solo negli ultimi decenni, facendo emergere una nuova categoria relazionale, corrispondente ad una crescente importanza della responsabilità individuale nello stabilire il legame di filiazione e, attraverso questa, la trasmissione della parentela stessa.
Secondo Marshall Sahlins (2012), antropologo e professore emerito dell'Università di Chicago, la parentela consiste in un sistema di categorie relazionali preesistenti all'individuo e tuttavia definite culturalmente e mutevoli, che sancisce l'appartenenza reciproca degli individui, il loro vivere gli uni la vita degli altri. Essa, pertanto, può corrispondere, secondo la cultura in questione, alla comunanza totemica, alla condivisione del cibo o di eventi rituali, al legame con la terra, oppure al sistema basato sulla procreazione e l'alleanza eterosessuale come nelle teorizzazioni di Lévi-Strauss. Quest'ultimo, tuttavia, individuava nelle pratiche esogamiche di genere1 "necessarie" a realizzare, nel rispetto del tabù dell'incesto, il mandato procreativo verso la propria stirpe (Heritier, 1996), una struttura simbolica universale alla base delle categorie della parentela (l'ordine simbolico ripreso poi da Lacan).
Sahlins, invece, mostra come la parentela possa appoggiarsi su forme di appartenenza reciproca molto diverse da quelle legate alla procreazione, ridimensionando notevolmente l'importanza di questa categoria. Per lui è la relazione di appartenenza reciproca a costituire l'universale della parentela, per poi declinarsi su contenuti simbolici culturalmente differenziati, risultando molto più coerente con un'immagine evolutiva delle società e dei costumi.
Nel nostro contesto culturale è del tutto evidente che le categorie della parentela stanno cambiando, ridimensionando progressivamente quella della "procreazione" prima fondamentale. Non cambia, invece, la funzione della parentela, che stabilisce secondo regole date gruppi fondamentali di appartenenza reciproca, su cui gli individui fondano le proprie identità.
Così oggi, per esempio, le persone omosessuali, pensandosi dentro delle categorie di parentela andate definendosi prima di tutto nel contesto culturale allargato, si trovano in grado di riscoprire e progettare le proprie relazioni familiari dentro quelle stesse categorie. Esse sono, in particolare, l'alleanza fondata sulla scelta d'amore, che nel frattempo non è più considerata appannaggio esclusivo dell'eterosessualità, e la genitorialità definita dalla cura e dalla responsabilità, sia essa o meno realizzata attraverso la procreazione.
In un'antropologia che concepisce la filiazione come l'insieme dei principi di trasmissione e rinnovamento dei legami di appartenenza reciproca, il concetto di genitorialità rispecchia, dunque, la nuova centralità della dimensione individuale nella costruzione delle relazioni di parentela. Ciò non in contrasto con l'importanza della dimensione collettiva, che rimane la matrice e la sostanza della parentela, ma a partire da un inedito ruolo di responsabilità del soggetto nel processo di rinnovamento e di rigenerazione simbolica della parentela stessa.
2. Il processo mentale e i costrutti psicologici coinvolti
Dal punto di vista psicologico, credo vi sia bisogno di una definizione della genitorialità che permetta di descriverne i processi mentali, presenti tanto nelle famiglie fondate sulla procreazione, quanto in quelle adottive e in quelle "di fatto" in cui la genitorialità è evidente ma non riconosciuta legalmente, ovvero nelle situazioni di genitorialità sociale. Abbiamo il compito e la sfida di definire la specificità di questo fenomeno in modo inclusivo.
Per fare ciò è necessario delineare le diverse componenti processuali che vanno intrecciandosi nella genitorialità, in un'articolazione complessa di livelli e dimensioni differenti.
Procederò delineando e distinguendo questi processi, provando a restituire a ciascuno la sua specificità per poi provare a capire come si intrecciano tra loro.
Generatività e procreazione
Si ha l'abitudine di ridurre la generatività alla dimensione simbolica della procreazione, un campo psichico relativo al potenziale generatore del corpo. Altrove (Ferrari, 2015) ho avanzato una critica alla connotazione eterosessista e genderista di questa concezione, nonché al suo riduzionismo rispetto all'originale concezione eriksoniana.
Il bisogno psichico di sopravvivere a se stessi, di occuparsi delle generazioni seguenti è molto diverso dal bisogno di procreare. Erikson (1963, 1968) considerava quella biologica come una delle possibili espressioni della generatività, insieme a quella genitoriale e a quella sociale. In tutte le sue forme, però, la generatività rispecchia - da un punto di vista sistemico - il bisogno adulto di dare un senso alla propria esistenza, producendo un valore condiviso con il proprio contesto di appartenenza, il quale porterà in sé un segno insostituibile del passaggio dell'individuo. Un bisogno, dunque, di rendere la propria vita significativa, in qualche misura necessaria al proprio sistema di riferimento, sia questo la famiglia (spesso in primo luogo) o la comunità delle relazioni significative, o ancora l'umanità intera. Una spinta, dunque, a fare la differenza, a creare valore, ovvero qualcosa che sia buono di per sé, o piuttosto che sia considerato tale da sé e dagli altri: la vita è indubbiamente questo, tanto che la si intenda come zoé, i processi vitali generati dalla procreazione, quanto che sia intesa come psyché, l'individualità che si genera nelle relazioni (prima di tutto con il genitore, poi, talvolta, anche con il terapeuta), ma anche quando la si concepisce come bios, le condizioni di vita e i modi di vivere che riguardano l'impatto delle scelte di tutti e di ciascuno in rapporto all'ecologia del contesto.
Riconoscere questa distinzione significa emancipare gli individui dall'obbligo della procreazione. La procreazione e la genitorialità sono due diverse scelte generative possibili (separatamente o insieme), che non esauriscono le opzioni generative della persona: ogni vita risulta generativa quando è consapevole dell'impatto che lascia sul suo contesto e si adopera perché questo sia positivo.
Funzione genitoriale e caregiving
Le funzioni genitoriali corrispondono alle capacità di rispondere ai bisogni di cura, prima di tutto di un figlio, ma anche di un qualunque essere in posizione di dipendenza. Includono la capacità di conoscere il funzionamento dell'altro e provvedere a lui, garantirgli protezione, entrare in risonanza affettiva e facilitarne la regolazione emotiva, dare limiti e sostenerne lo sviluppo psicofisico e la mentalizzazione, offrire un contenimento simbolico e arricchire di significati l'interazione, permettergli di pensarsi dentro una storia (Taurino, 2012).
Da un punto di vista psicodinamico, tale capacità dipenderà in gran parte dall'esperienza dell'individuo, prima di tutto nella relazione con i propri genitori, ma in generale nelle diverse relazioni di accudimento-attaccamento in cui costantemente si articolano, confermano, rinnovano e cambiano i modelli operativi interni e le rappresentazioni relazionali della persona. Da un punto di vista sistemico, tuttavia, una simile capacità non ha un carattere assoluto ("o c'è o non c'è").
A livello individuale di chi la esercita, essa riflette una disponibilità per l'altro specifico, situata nel contesto, nel tempo e specificamente nella relazione, rispondendo ad una complessa ecologia identitaria: chi sono io? Chi è l'altro per me? In che contesto si realizza la nostra relazione? Cosa posso fare? Per chi lo posso fare? Cosa dovrò fare? Per quanto tempo? In cambio di cosa? Lo farò in modo sufficientemente buono? Che conseguenze avrà per l'altro e, quindi, che conseguenze avrà per chi sono io?
Dobbiamo considerare che la predisposizione psichica alla relazione di cura e la disponibilità a pensarsi come esecutore di tale funzione in una determinata relazione non corrispondono all'essere genitore.
A livello relazionale, d'altra parte, tale funzione può essere ricevuta dal figlio (o chi per lui) a partire da un'integrazione di disponibilità diverse, parziali e/o occasionali del sistema familiare. Lo testimoniano i ruoli materno e paterno dalla tradizione di genere, che altro non sono che due espressioni parziali della funzione genitoriale, tra loro complementari. Ma ne sono testimonianza anche le cure istituzionali che, per quanto spesso precarie, riescono in tanti casi ad offrire una struttura capace di crescere individui sani e completi che vedono soddisfatti i propri bisogni psico-affettivi in assenza totale di genitori.
Anche l'atto della cura, infatti - ciò che definiamo caregiving, che rappresenta il realizzarsi della funzione genitoriale in una relazione e in un tempo specifici, definiti da un ruolo e da una responsabilità negoziati nel contesto - non corrisponde all'essere genitore. Essa può essere espressione della stessa funzione genitoriale in contesti relazionali e a condizioni ben diverse: nella relazione dell'educatrice d'infanzia con il bambino, in quella dello psicoterapeuta con il paziente e in quella dell'assistente domiciliare con l'anziano affetto da demenza, tanto per fare alcuni esempi.
Ecco, dunque, che né la funzione genitoriale, né il caregiving risultano sufficienti a definire la genitorialità, che costituisce una relazione in cui la funzione genitoriale e il caregiving assumono un ruolo specifico.
L'adozione psichica e l'identità genitoriale
L'essere genitore si caratterizza per il fatto che l'individuo assume la responsabilità dell'esercizio della funzione genitoriale nei confronti di un altro specifico, suo figlio, come parte centrale della sua identità. Questi sceglie il figlio (lo ad-òpta) come parte del proprio sé esteso, come espressione centrale del suo senso di generatività, come erede simbolico del proprio patrimonio di vita. Il termine "scelta" non è qui inteso in senso necessariamente consapevole, ma rispecchia un movimento emozionale verso l'altro, caratterizzato dalla volontà di includerlo nella propria esistenza.
Questo atto è ciò che può essere chiamato "adozione psichica" (Ferrari, 2015) e avviene a partire da uno o più ancoraggi simbolici. Ovvero a partire da elementi significanti e significativi che giustificano, rinforzano e proteggono la scelta identitaria del genitore.
Ancoraggi simbolici per l'adozione psichica, più o meno potenti, possono essere indubbiamente la progettualità pre-natale, la gravidanza, la consapevolezza del legame biologico, il riconoscimento legale dell'adozione, il riconoscimento sociale del ruolo genitoriale, la relazione co-genitoriale.
L'adozione psichica avviene in un contesto di interazioni e di significati e può avere luogo in momenti diversi, prima o dopo la nascita, durante la gravidanza oppure mesi o anni dopo. Essa dipende dalla disponibilità della funzione genitoriale in quella che abbiamo già definito come l'ecologia identitaria dell'individuo: la sua percezione di sé nella relazione, nel contesto, nella propria storia. Nessuno degli elementi che possono funzionare da ancoraggio simbolico comporta automaticamente l'adozione psichica del figlio: non la gravidanza, non il legame biologico, non l'adozione legale. Gli ancoraggi permettono l'adozione, ma non la garantiscono: quando il processo identitario non lo può o non lo consente, l'adozione non avviene. Ne sono un chiaro esempio i donatori di seme, le portatrici per altri nei processi di surrogacy, ma anche i casi di fallita adozione.
Anche una volta adottato il proprio figlio, una volta assunta la propria responsabilità nei suoi confronti, questa può essere o meno esercitata e può essere esercitata in modo competente o incompetente. Un genitore può non avere fiducia nella propria capacità e delegare ad altri che ritiene pi&augrave; idonei a decidere. Oppure può compiere scelte scarsamente funzionali, anche irresponsabili ad occhi esterni, nella convinzione di fare il bene del proprio figlio. Essere un "cattivo genitore" non significa non aver adottato il proprio figlio; può significare, semmai, avere una funzione genitoriale deficitaria. Ciò che distingue un genitore che fatica nel suo compito da uno che non ha mai assunto la genitorialità come parte della sua identità è il coinvolgimento verso il figlio, l'impatto emozionale (anche nascosto) che hanno su di lui gli eventi che lo riguardano. Persone che sono riconosciute come madre o padre di un bambino, che ne hanno la responsabilità legale, possono non averlo mai adottato psichicamente.
L'identità genitoriale deve, dunque, essere distinta dall'identità di ruolo sociale. "Sono genitore di..." è un contenuto dell'identità che ha valore diverso quando si riferisce al sentirsi genitore o, invece, al sapere di esserlo dal punto di vista formale. Una incongruenza tra questi due livelli identitari può essere all'origine di una sofferenza terribile, tanto nel genitore quanto nel figlio.
3. La genitorialità come relazione identitaria fondamentale
Da un punto di vista psichico, non esiste genitore senza figlio, né figlio senza genitore, e la genitorialità non può che essere definita come una relazione identitaria. Essa ha inizio con una adozione psichica a cui risponde una affiliazione psichica. In tale relazione ciascuna delle parti si definisce a partire dalla definizione che l'altro da di sé: io sono tuo figlio perché tu sei il mio genitore; io sono il tuo genitore perché tu sei mio figlio. Tale definizione diviene immediatamente fondamentale per le due parti.
L'affiliazione psichica e l'identità familiare
Per il genitore il carattere assoluto dell'adozione psichica, il fatto che la responsabilità della funzione genitoriale non dipenda dal momento o dal tempo, implica una rimessa in discussione di tutti gli altri ruoli identitari, alla luce della posizione prioritaria della genitorialità. Tutti i movimenti psichici successivi ne dovranno tenere conto: anche qualora - dopo averlo adottato, non sentendosi di rispondere a tale responsabilità - il genitore rinunci a dedicarsi a suo figlio, comunque nella sua definizione di sé si giocheranno le implicazioni di tale responsabilità. O meglio, si giocheranno le idee del genitore su tale responsabilità cui è venuto meno.
Nel caso del figlio, questi inizia tipicamente la sua intera costruzione identitaria proprio nella relazione con il genitore. Se nello scaffolding cognitivo (ndr: ovvero "impalcatura cognitiva") offerto dalla funzione genitoriale il bambino delinea le prime coordinate del suo mondo psichico, il fatto di essere figlio del proprio genitore ne diviene l'asse identitario fondamentale, attivato dall'istanza di attaccamento, poi costantemente e retroattivamente rinnovato, mano a mano che nuove esperienze e capacità cognitive possono dare significato alle esperienze pregresse. È ciò che potremmo definire "affiliazione psichica", un correlato al processo di attaccamento, che avviene, però, sul piano identitario della definizione di sé.
Questo ci offre alcuni spunti sulle situazioni di abbandono/perdita del genitore e conseguente adozione legale, in cui il processo della relazione identitaria di genitorialità è stato reciso e deve essere ricreato. Quando ciò avviene in età molto precoce (prima dei 3 anni), il processo identitario può non aver avuto il tempo di aggregarsi in una sostanza mnemonica duratura, andando perduto con i ricordi precoci dei primi anni. In queste circostanze rimane "aperto" il processo attaccamentale del piccolo, che cerca qualcuno da "adottare" come genitore e verso cui strutturare un'affiliazione psichica. Quando, invece, la perdita del genitore è successiva, l'identità filiale mantiene viva la relazione con lui fino alla risoluzione del lutto e possibilmente oltre. Non è possibile una nuova affiliazione se l'adozione che le risponde non si fa accogliente della relazione con il genitore scomparso2.
Quando l'adozione psichica avviene tardi (immaginiamo il nuovo partner di un genitore single che instaura una relazione genitoriale con suo figlio), essa potrà avere luogo realmente solo se il figlio vi risponderà a sua volta con un'affiliazione. Tale risposta a sua volta dipenderà da una negoziazione del figlio con l'altro o gli altri genitori (il genitore single, ma anche un eventuale altro genitore) che possono essere accoglienti o porre vincoli di lealtà più o meno coperti.
L'adozione psichica congiunta di due o più genitori, che rimanda al processo cogenitoriale, trova una risposta in una affiliazione multipla, per cui il figlio costruisce la propria identità come figlio di tutti i suoi genitori, in una rete di adozioni-affiliazioni che struttura la sua rappresentazione di sé come parte di un gruppo fondamentale, ovvero la sua identità familiare. Nell'arco di vita l'affiliazione può estendersi a nuove relazioni, quando la negoziazione all'interno del sistema relazionale lo consente.
I figli di famiglie omogenitoriali testimoniano come il sesso, il numero e il genere dei genitori non abbia alcun peso su questo processo, poiché l'affiliazione multipla a due madri, a due padri o ad un padre e due madri, è la stessa di quella che unisce un figlio ad una madre e ad un padre.
Il fatto che l'adozione-affiliazione avvenga in modo multiplo all'interno di un sistema familiare risulta una risorsa importante nei casi in cui alla relazione formale di ruolo genitoriale non corrisponde una relazione genitoriale fondata sull'adozione psichica e l'affiliazione. Infatti, per quanto distonica tale relazione possa risultare, il figlio potrà ancora trovare delle affiliazioni utili alla sua costruzione di sé, tanto all'interno della famiglia, quanto all'esterno.
La speciale tenuta della relazione genitoriale
Concludo questo contributo con una riflessione necessaria sulla speciale tenuta della relazione genitoriale rispetto ad altre forme d'amore, come la relazione di coppia. L'amore riflette sempre l'inclusione del legame con l'altro, del "noi", tra gli aspetti centrali dell'identità individuale, ma può farlo a partire da diverse alchimie relazionali. Nella coppia d'amore esiste una speciale "equazione" tra responsabilità verso l'altro e scelta dell'altro in funzione della propria felicità, che è completamente diversa per la genitorialità. Infatti, se l'adozione psichica del figlio può compiersi anche in funzione della propria felicità, essa fonda una relazione che non ha come obiettivo rendere felice l'adulto (come l'amore di coppia), quanto la ricerca della felicità del figlio stesso. L'inserirlo al centro di un sistema simbolico di appartenenze reciproche, tramite la categoria della parentela ("sei mio figlio, nipote dei miei genitori, fratello degli altri miei figli, etc."), fonda la prima identità del bambino, offre una risposta solida al suo bisogno ontologico di dare un significato alla propria esistenza, risponde al suo bisogno implicito e fondamentale di una appartenenza indiscussa, assoluta e incondizionata.
Il rimando costante alle categorie culturali di parentela rinforza le identità che ne sono intessute e questo contribuisce a spiegare la tenuta straordinaria della relazione di genitorialità. Nel caso delle famiglie omogenitoriali, in assenza del riconoscimento formale della parentela, troviamo altre forme di ancoraggio a rafforzare la relazione genitoriale e la parentela informale che essa veicola: il riconoscimento quotidiano nelle relazioni sociali, la storia condivisa della relazione con i figli, l'identità cogenitoriale (il rispecchiamento identitario della coppia e il fatto che uno dei due possa contare su un riconoscimento legale del legame).
Tuttavia i genitori sociali che sono stati separati dai loro figli, che sono stati esclusi dalla relazione con loro, mantengono la relazione genitoriale anche in assenza di questi ancoraggi sociali, per ragioni specificamente identitarie e relazionali. Anche nella separazione fisica e nella lontananza un genitore non può smettere di definirsi tale finché sa esserci da qualche parte suo figlio che si definisce tale perché lui si definisce suo genitore. E viceversa. Il definirsi in riferimento all'identità dell'altro e, al contempo, come il riferimento dell'identità dell'altro (io sono genitore di mio figlio perché questi si definisce figlio mio, mentre lui si definisce figlio mio perché io mi definisco suo genitore), attiva una "interdipendenza" identitaria che non permette a nessuna delle due identità di cambiare in modo autonomo. Psichicamente non si può ripudiare un figlio finché il figlio non ripudierà il genitore, e viceversa.
Il fatto che la legge non riconosca una relazione genitoriale psichicamente viva e identitariamente fondativa, agisce come disconferma di tutte le identità che si fondano su tale relazione: quella del genitore e quella del figlio, ma anche quella degli altri familiari che hanno interiorizzato una propria parentela con questi attraverso il riconoscimento del legame genitoriale. Ciò non spezza il legame, ma pone i suoi protagonisti nella posizione faticosa di dover costantemente ribadire la propria identità nella relazione con un contesto che stenta a riconoscergliela.
Note
  1. La pratica maschile di dare le donne in matrimonio ad altri uomini esterni alla famiglia.
  2. Del tutto diverso è il caso della procreazione medicalmente assistita tramite surrogacy, in cui la relazione identitaria è dal primo momento con i genitori putativi e non con la portatrice.
Bibliografia
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