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Nuove Artiterapie: La Mediazione Artistica nella Relazione d'Aiuto - Roma

Nuove Artiterapie
La Mediazione Artistica nella Relazione d'Aiuto

DIREZIONE
Roma: Via Costantino Morin, 24 - tel/fax 06.3725626
www.nuoveartiterapie.net

L'indifferenza creativa e la relazione di aiuto
di Alexander Lommatzsch


Alexander Lommatzsch (Psicologo, Psicoterapeuta)
Articolo pubblicato sulla Rivista Nuove Arti Terapie (Nuova Associazione Europea per le Arti Terapie) N. 19 Anno VI° 2013

Umberto Galimberti propone «di considerare la relazione originaria rispetto alla costituzione individuale» (U. Galimberti, 1999), nel senso che l'individuo si costituisce sempre a partire da una relazione e non come individualita' isolata che instaura relazioni...
In altre parole: "considerare la relazione originaria rispetto alla costituzione individuale" significa che lo stare in relazione e' il presupposto fondamentale per costituirsi come individui.
Non possiamo costituirci come individui indipendentemente dallo stare in relazione.
Quando un bambino si trova nel grembo della sua madre, si trova in una relazione di tipo simbiotico, fa parte di un'unita'.
Non si e' ancora individuato.
E' il trauma della nascita, con il necessario distacco dalla madre, che segna l'inizio di quel processo che portera' alla creazione di un individuo.
Dopo la nascita quel bambino rimane per molto tempo dipendente dalle cure e attenzioni della madre e solo pian piano si distacca e diventa un individuo autonomo.
Questo processo si declina necessariamente attraverso e dentro la relazione, prima esclusiva e privilegiata con la madre, e successivamente con gli altri componenti del nucleo familiare.
Per stare in una relazione bisogna essere almeno in due, e tutto cio' che succede nella relazione dipende da tutti e due e ha un effetto su entrambi.
Per relazione di aiuto intendo l'interazione fra due soggetti, ma con l'esplicita richiesta di aiuto dell'uno nei confronti dell'altro.
La relazione si svolge tra soggetto e soggetto e non tra soggetto e oggetto, come quando si fa un trattamento su un oggetto o su un paziente oggetto.
Come psicoterapeuta ritengo di non essere, ne' mi pongo, in una posizione superiore rispetto al mio paziente, e di conseguenza il mio paziente non si trova in una posizione di inferiorita'.
Come terapeuta non sono un detentore di sapere nei confronti del mio paziente e non ho nessuna conoscenza nei confronti del mio paziente.
Di conseguenza il mio compito non e' di trovare soluzioni per i suoi problemi in termini di delega (fai tu per me), ma di accompagnarlo nella sua ricerca di soluzioni che utilizzano le risorse che lui ha a disposizione.
Il mio atteggiamento verso il mio paziente e' caratterizzato da una posizione di interesse, di curiosita' e di ascolto attivo, appunto di indifferenza creativa, e dallo sforzo di mettermi nei suoi panni, immaginando di vedere il mondo attraverso i suoi occhi.
Diversa e' la relazione fra un individuo (soggetto) e un oggetto, che e' determinata dal valore che attribuisco all'oggetto e che si esprime nella modalita' del trattamento che ho riservato a tale oggetto.
Cosi' tratto con molta attenzione e con delicatezza un oggetto che mi e' caro e tratto con meno attenzione e cura un oggetto di basso valore.
Quando nella relazione di aiuto ci troviamo di fronte a una relazione soggetto/oggetto, lo psicoterapeuta prescrive, sulla base delle sue conoscenze diagnostiche, procedimenti e trattamenti, seguendo manuali e applicazioni standardizzate.
Lo psicoterapeuta e' convinto di sapere che cosa fa bene al suo paziente, ha preso posizione all'interno di un sistema che definisce polarita' come bene-male, giusto-sbagliato, sano-malato, benessere-malessere, ecc.
Qui il terapeuta non puo' trovarsi in una posizione di indifferenza creativa.
Lo psicoterapeuta sano cura il paziente malato.
Le definizioni di cio' che e' sano e malato, pero', lasciano numerosi margini di ambiguita'.
Io guardo con sospetto a tutto cio' che viene dichiarato o che si dichiara verita', oggettivo, sano, malato, giusto, sbagliato, ecc.
Sempre di piu' purtroppo, vediamo che fra gli esseri umani si instaurano relazioni soggetto/oggetto.
Gia' nel linguaggio quotidiano usiamo il termine trattamento quando parliamo di cure ricevute ("sono stato trattato bene" oppure "ho ricevuto un trattamento farmacologico") oppure per apprezzare o meno l'attenzione ricevuta in una relazione affettiva ("non mi trattare male").
Questo pero' e' anche comodo.
Esiste una diffusa passivita' nel subire trattamenti di ogni genere, e, solo quando il trattamento non ci va bene, alziamo la voce per protestare e ci ricordiamo di essere qualcuno.
Tendiamo a delegare la responsabilita' ad altri finche' ci va bene.
Se ci va male riprendiamo il nostro potere decisionale.
In una relazione di aiuto invece, e parlo per me, non voglio essere trattato e non tratto nessuno, ne' bene ne' male, perche' semplicemente mi trovo in una relazione paritaria fra due individui.
Sempre secondo Galimberti (1999): «Il modello soggetto/oggetto deriva da uno schema concettuale introdotto da Cartesio» e che la scienza ha fatto proprio quando, per i suoi scopi esplicativi, ha lacerato l'uomo in anima (res cogitans) e corpo (res extensa), producendo quello che, secondo Binswanger, e' "il cancro di ogni psicologia".
Corpo e mente, da un punto di vista olistico, non sono scissi.
Nel momento in cui percepisco me stesso come un "essere" non sono "qualcuno" che utilizza il "corpo" in suo possesso.
In questo senso non ho una mano ma sono la mia mano, non ho un occhio ma lo sono.
Mi definisco attraverso l'essere nel mondo e non attraverso gli oggetti strumentali.
Come sottolinea, Umberto Galimberti, la radicale divisione tra mente e corpo e' il risultato di una metodologia della scienza che si occupa esclusivamente del quantificabile e misurabile e riduce lo psichico a un aspetto accessorio, ovvero, considera lo psichico solo una manifestazione secondaria del fisiologico.
In psichiatria Griesinger definisce la mente un "apparato cerebrale" e in psicoanalisi Freud la definisce come "ordine istintuale".
Cio' che ne deriva non e' una psicologia che, direbbe Jaspers, comprende (verstehen) l'uomo per come si da', ma una psico-fisiologia che lo spiega (erklaeren), come si spiega qualsiasi fenomeno della natura.
La scienza, per spiegare l'uomo come fenomeno della natura, deve per forza di cose oggettivarlo, cioe' trattarlo come un oggetto.
Questo significa considerare anche la psiche non piu' come un atto intenzionale, ma come una cosa del mondo, da trattare con i metodi che sono propri delle scienze naturali.
Oggetto specifico di studio della psicologia e' l'essere umano, e la psiche, che per sua natura non e' intrinsecamente oggettivabile e quantificabile: caratteristica della psiche e del suo funzionamento e' la possibilita' di trascendere in qualcosa di altro, e questo avviene attraverso e nella relazione.
Ora, se perfino la psicologia, per allinearsi al modello delle scienze naturali, oggettiva lo psichico e, come fa la fisiologia con gli organi del corpo, lo tratta come una cosa, tal quale, che non si trascende in altro, la psicologia finisce per perdere la sua stessa specificita', e cioe' di occuparsi dell'essere umano come individuo in tutta la sua complessita'.
La relazione soggetto/soggetto apre altri scenari.
Non pretendendo di conoscere la verita' oggettiva da un lato e dall'altro quella soggettiva del paziente, posso permettermi di astenermi da una posizione e praticare la non-differenziazione, ovvero il dis-interesse tra le polarita' e mantenermi in una posizione di indifferenza.
Questo non e' un momento di passivita' o di assenza nel contatto con il paziente, anzi, e' un momento di apertura universale verso qualsiasi stimolo.
Nella relazione di aiuto lo psicoterapeuta fa parte del sistema in cui interviene, in cui opera, e' dentro e si fa coinvolgere.
L'incontro si svolge tra due esseri nel mondo.
Parliamo di una relazione tra due esseri unici nel mondo.
Una relazione Io-Tu.
Nella relazione Io-Tu si apprende a riattivare il dialogo esistenziale e interpersonale, instaurando una comunicazione efficace e in sintonia con il contesto, nel presente, nel qui ed ora.
A questo punto dobbiamo chiederci che cosa fa lo psicoterapeuta con i suoi giudizi e pregiudizi, con i suoi valori morali e le sue preferenze sessuali, culturali e politiche?
Anche lo psicoterapeuta e' presente con la sua vita, storia ed esperienze e deve imparare a metterli temporaneamente da parte e assumere la posizione dell'epoche', ovvero, l'assenza di giudizio.
Come dice Paolo Quattrini (2005) - l'ideale sarebbe uno stato di vuoto o nulla esistenziale che gli permette di cogliere con curiosita' ogni prospettiva non immaginabile preventivamente.
«Pensare in termini di risposte giuste o sbagliate rende il lavoro ripetitivo e la situazione meccanica, in caso contrario il paziente e' un mistero da contemplare invece che da svelare».
Salomon Friedländer (2009) sostiene che l'indifferenza creativa «non e' una mancanza d'impulso, ma sta al di la' di tutti i nostri impulsi in conflitto, nella nostra interiorita'».
Quando si e' centrati sul "punto zero" tutto si mette in collaborazione, anche la polarita' principale: il bene e il male, il dio e il diavolo.
Friedländer concepisce il Se' come forza creativa universale.
Per dirlo con un esempio: un paziente e' insicuro su una decisione da prendere.
Il problema e': andare a vivere con la fidanzata o rimanere con la mamma.
Mi metto nella posizione di fargli esprimere i vantaggi e svantaggi dell'una e dell'altra opzione.
Gli permetto un "dialogo con le parti" in opposizione - le polarita' - e sono curioso di vedere che cosa esce fuori e come lo utilizza per trovare la soluzione per lui sostenibile e sopportabile.
La mia posizione e' di rimanere fra le polarita', nel centro, nel nulla.
Quando il paziente dialoga con le sue polarita' posso al massimo cercare di immedesimarmi nell'una e nell'altra per comprendere la tensione esistenziale in cui si trova.
Questa e' l'indifferenza creativa, ed e' cio' che rende anche possibile, in questa situazione, l'empatia.
Naturalmente si tratta di un'indifferenza diversa rispetto all'indifferenza che utilizziamo normalmente e che e' tutt'altro che indifferenza.
Quando si dice a una persona "mi sei totalmente indifferente" e' probabile che lo diciamo per dare sfogo a una frustrazione o alla rabbia inespressa nei suoi confronti, cioe' piu' che essere indifferenti siamo arrabbiati, coinvolti.
Utilizziamo l'espressione "indifferenza" come maschera per nascondere la nostra frustrazione, o come un'arma della nostra rabbia.
Parlo invece di un'istanza creativa, senza un interesse preciso che accoglie qualsiasi impulso senza attaccarsi a cio' che richiama l'attenzione.
Mentre la differenziazione richiede una polarita' in cui differenziare una parte dalle altre, l'indifferenza creativa e' il punto in mezzo, punto zero, privo di polarita', priva della necessita' di scelta.
Per sperimentarsi e addestrarsi all'indifferenza creativa propongo una semplice pratica meditativa.
Silvio Ceccato, filosofo italiano, che si occupava di cibernetica, co-fondatore della Scuola Operativa Italiana, sviluppo' un teoria dell'attenzione di notevole aiuto nella pratica meditativa dell'indifferenza creativa.
Secondo la teoria di Ceccato l'attenzione e' composta da due momenti che si alternano.
Un momento si chiama "libero" e l'altro "focalizzato".
La successione di questi momenti e' l'attenzione.
Esempio: immaginate di essere in una stanza completamente buia.
Non sapete che cosa c'e' dentro.
Vi muovete piano piano con le mani tese avanti.
Questo e' il momento libero.
Ora sfiorate qualcosa e questo e' il momento focalizzato.
Dopo aver sfiorato qualcosa, pero' ritirate immediatamente la mano.
Questo e' di nuovo un momento libero e solo adesso con il successivo tocco iniziate a esplorare l'oggetto e vi trovate di nuovo in un momento focalizzato.
Adesso prestiamo attenzione.
Come vedete il processo libero e focalizzato deve ripetersi due volte per essere in attenzione.
E' un processo pulsante che nella maggior parte delle situazioni si svolge cosi' veloce che non ne siamo consapevoli.
Faccio un altro esempio: immaginate che vi troviate in un centro commerciale pieno di gente.
Parlate con qualcuno che sta con voi e lo sguardo vaga senza una meta particolare.
All'improvviso notate a una certa distanza un volto conosciuto.
Immediatamente distogliete lo sguardo dalla persona e subito dopo tornate per verificare che si tratta della persona riconosciuta.
Anche in questo esempio si puo' notare il doppio momento.
Praticare l'indifferenza creativa e' fermarsi dopo il primo dei due momenti e non esercitare il secondo momento.
Rinunziare all'attenzione in termini di attaccamento all'impulso.
Rimanere libero e vagare liberamente nel tutto e nel nulla.
Come tutte le pratiche meditative, anche questa necessita della pazienza che sta nella pratica stessa, cioe' con il tempo s'impara.
Per me non puo' esserci una relazione di aiuto senza l'indifferenza creativa.
Il dis-interesse del terapeuta diventa l'interesse principale del paziente perche' e' l'unica garanzia che il paziente possa fare il proprio lavoro e non il lavoro non risolto del terapeuta.

Bibliografia
- Galimberti U., Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli, Milano 1999
- Quattrini G. Paolo, INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia, n. 5 settembre - ottobre 2005, pagg. 2-9, Roma
- Friedländer S., Schöpferische Indifferenz, Gesammelte Schriften Band 10, Waitawhile, Herrsching 2009
- Ceccato S., Cibernetica per tutti 1, 2, Feltrinelli, Milano, 1968, 1970

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