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Dott.ssa Lucia Bocchi
Psicologa dello Sport e Psicoterapeuta. Membro del Consiglio Direttivo del Centro Studi. Direttrice master MAPS. Certificata ISTDP. Terapeuta EMDR. Responsabile Area Psicologica
Inter Football Club. Collabora con la Federazione Italiana Sport Invernali. Mental Trainer secondo livello FIT. Maestro di Sci e Allenatore Federale
Dott. Flavio Nascimbene
Psicologo e Psicoterapeuta, Esperto in Psicologia dello Sport. Professore a contratto per Università Cattolica di Milano. Resposabile Scientifico Master MAPS. Consulente Area Psicologica Inter Football Club.
Ha coordinato il progetto di Psicologia dello Sport dell'Ordine Psicologi Lombardia. Docente per i Corsi UEFA della FiGC Lombardia
La persona prima dell'atleta: intervista a Bocchi e Nascimbene, autori del metodo PERFORMA®Simone Biles che si ritira a metà Olimpiadi. Naomi Osaka che rinuncia a una conferenza stampa e poi a un torneo. Michael Hooper che lascia il campo in lacrime. Negli ultimi anni lo sport ha raccontato, con una frequenza mai vista prima, il lato più fragile dei suoi protagonisti. Da questa fenomenologia, che nel libro viene chiamata "le voci dei crepacci", parte il lavoro di Flavio Nascimbene, Lucia Bocchi e Stefania Ortensi, che a questi episodi non danno una lettura clinica isolata, ma li leggono come i sintomi di una spaccatura più ampia: quella tra la persona e il personaggio-atleta che ogni sportivo è chiamato a tenere insieme. Li abbiamo incontrati per farci raccontare il percorso che li ha portati a teorizzare il metodo PERFORMA®.
1) Partiamo dall'inizio: da dove nasce l'esigenza di scrivere questo libro?
Nascimbene: Nasce da un disagio che ci portavamo dietro da anni di lavoro sul campo.La Psicologia dello sport si è storicamente divisa in due famiglie che si parlano poco: chi si occupa del benessere psicologico dello sportivo, con un approccio più clinico, e chi si occupa invece dell'ottimizzazione della prestazione, con strumenti da mental trainer. Sono due mestieri che richiedono competenze diverse, e capiamo bene perché tanti colleghi scelgano di specializzarsi su un solo versante. Ma quella scissione, che noi chiamiamo il passaggio "dal crinale al crepaccio", finisce per lasciare scoperta proprio la parte più delicata dell'esperienza sportiva: il punto in cui la fatica di essere una persona e la pressione di essere un atleta si toccano. Bocchi: Già alcuni anni fa, avevamo provato a rispondere a questo problema con il "duo psico-sportivo", un dispositivo in cui Psicologo dello sport e Psicoterapeuta lavoravano insieme sullo stesso caso, mantenendo però setting distinti. Questo libro è il passo successivo di quel percorso: non un affiancamento di due professionisti, ma un modello che prova a tenere insieme i due sguardi dentro un unico metodo di lavoro.
2) Il libro si apre con il concetto di "crepaccio". Cosa intendete esattamente?
Nascimbene: È la metafora che ci è sembrata più onesta per descrivere cosa succede quando la persona e l'atleta smettono di comunicare tra loro.Non è un evento improvviso: è un processo, spesso lento e silenzioso, in cui si aprono incrinature nella motivazione, nella relazione con gli altri, nel rapporto tra mente e corpo, che nel tempo possono trasformarsi in fratture profonde. Le storie di Biles, Osaka, Liu o Hooper che raccontiamo nel primo capitolo non sono casi eccezionali: sono la punta visibile di un fenomeno molto più diffuso, che normalmente resta sommerso e che solo recentemente sta arrivando ai titoli dei giornali.
3) Uno dei concetti-chiave del libro è quello di flow come "concetto-ponte". Perché proprio il flow?
Bocchi: Perché è uno dei pochi costrutti della Psicologia che, per come è stato teorizzato da Csikszentmihalyi, tiene insieme naturalmente le due dimensioni che spesso
vengono separate: il benessere soggettivo e la piena espressione delle proprie capacità.Quando un atleta è nel flow non sta solo performando meglio: sta vivendo un'esperienza gratificante, autotelica, che nutre la persona oltre che l'atleta. Ci è sembrato il concetto giusto su cui costruire un ponte teorico tra i due mondi, invece di continuare a trattarli come territori separati.
4) Il cuore del libro è il metodo PERFORMA®. Come si articola?
Bocchi: Il nome stesso racchiude la struttura: P/P, Persona in Prestazione; E, Emozioni; R, Rievocazione immaginativa; F, Flow; O, Obiettivi; R, Rituali
di concentrazione; M, Motivazione; A/A, Atleta in Attivazione.Sono otto aree su cui interveniamo, partendo dagli strumenti classici del mental training, come ad esempio, il Profilo di Prestazione di Butler, l'imagery, il self-talk; per integrare poi con le tecniche più innovative, dalle neuroscienze all'utilizzo di strumenti di valutazione weareable. Il tutto dentro una cornice che parte sempre dalla lettura della persona nel suo complesso.
5) Una precisazione importante che fate nel libro è che PERFORMA non è un percorso lineare, dalla P alla A. Cosa significa in pratica?
Nascimbene: Significa che non esiste un ordine obbligato in cui affrontare questi otto aspetti.Ogni sportivo arriva con una storia diversa, e il nostro compito è individuare quali "connessioni", che nel libro chiamiamo unità funzionali, sono più urgenti da lavorare in quel momento. Per esempio, l'unità funzionale EMO, quella più profonda, che lega emozione, motivazione e obiettivi, può essere il punto di partenza per un atleta e il punto di arrivo per un altro.
6) Parlateci delle "unità funzionali": EMO, ROR e PAF. A cosa servono?
Bocchi: Sono i modi in cui abbiamo osservato, sul campo, che le otto aree del metodo si combinano tra loro nella pratica clinica.EMO è il livello più primordiale, la spinta emotivo-motivazionale che parte dai bisogni profondi della persona. Le altre unità funzionali intercettano invece altri equilibri, per esempio tra la componente più razionale-tecnica e quella più istintiva-emotiva dell'atleta. Servono a farci capire su quale polo lo sportivo tende a polarizzarsi in modo eccessivo, e quindi dove concentrare il lavoro per aiutarlo a integrarsi meglio.
7) Il libro dedica ampio spazio anche al flow di squadra. Cosa cambia quando si passa dal singolo atleta al gruppo?
Nascimbene: Cambia molto, perché in squadra i crepacci non sono solo individuali: diventano quelle che chiamiamo "scosse", tensioni relazionali
che se non vengono lette in tempo possono trasformarsi anch'esse in fratture.Il flow di squadra richiede una sincronia emotiva e comunicativa tra i membri che va costruita con strumenti specifici, diversi da quelli usati per il singolo atleta, pur muovendosi nella stessa cornice teorica.
8) Se doveste spiegare a un lettore che non è del settore come si applica concretamente il metodo con un atleta, cosa gli direste?
Bocchi: Partiamo sempre da un assessment sport specifico e da un colloquio approfondito, per capire chi è la persona prima ancora di cosa fa in campo.Ad esempio, il Profilo di Prestazione ci aiuta a far emergere, con le parole stesse dell'atleta, i punti di forza e le aree da migliorare, e spesso anche a far dialogare la sua prospettiva con quella dell'allenatore. Poi va costruito un percorso su misura, che può includere lavoro sulle emozioni, tecniche di rievocazione immaginativa, allenamento di routine di concentrazione: sempre con l'obiettivo di far dialogare la Persona con l'Atleta, non di scegliere tra le due.
9) Cosa vi augurate cambi, nella pratica della Psicologia dello sport italiana, grazie a questo lavoro?
Nascimbene: Ci augureremmo che diventasse più naturale, per i colleghi, non sentirsi costretti a scegliere un solo lato del crinale.E soprattutto che il pubblico e il mondo sportivo imparino ad ascoltare i segnali dei crepacci prima che diventino fratture insanabili - prima, cioè, che si arrivi a un ritiro, a un crollo emotivo in diretta mondiale, a un abbandono precoce dello sport. È un lavoro di prevenzione, prima ancora che di cura o di prestazione. Centro Studi e Formazione in Psicologia dello Sport: Milano: Per info 378.0666710 www.centrostudipsicologiadellosport.it |